PREMIO "STORIA DI NATALE" EDIZIONE 2006


La giuria del premio “Storia di Natale”, il premio promosso da Interlinea edizioni e dalla Fondazione Marazza di Borgomanero, con vari patrocini e collaborazioni, ha diffuso in questi giorni le proprie decisioni: per l’edizione 2007 il primo premio della sezione senza limiti di età è stato assegnato a LO SPILUNGA di Alfredo Stoppa. La giuria ha segnalato come particolarmente meritevoli i testi di  Emma Bresola (Mille biciclette e un pacco per Natale) secondo classificato e di Silvia Faini (La lunga fuga) terzo classificato. La giuria ha anche assegnato una menzione d'onore al racconto Il Natale di Buch di Maria Adele Garavaglia. I testi vincitori della sezione scolastica sono contenuti in un libretto distribuito gratuitamente durante la cerimonia e su richiesta

primo classificato
Lo spilunga
di Alfredo Stoppa

Soffiava da nord un ventaccio cattivo che attraversava prepotente tutto il corpo, gelando l’ alluce del piede destro, il pollice della mano sinistra e la punta del naso. Soffiava da giorni spazzando le strade dalla polvere degli uomini e liberando l’aria dalla puzza acre delle auto. Soffiava facendo correre a tutta velocità le ore, le lunghe estenuanti magiche ore che separavano i bambini dall’arrivo del Natale. Insomma, soffiava via, almeno per un po’, le malinconie appiccicose e le delusioni fastidiose di un intero anno.
La grande casa, soffiata dal vento, stava là da sempre, lunga e dritta come una torre e dritta e lunga come un campanile, be’… era una casa fatta di tante identiche scatole, appoggiate da un geometra frettoloso e da un architetto avventuroso una sopra l’altra( una specie di lego-monumento ideato dalla testa matta di un bambino annoiato), un ‘interminabile costruzione che sembrava sfidare il cielo: si infilava per tutto l’ anno nell’ aria ficcando la sua testa appuntita tra le nuvole nei giorni di pioggia e brillando come la capocchia di un gigantesco spillo nei giorni di sole.Non aveva colori quell’ edificio allampanato, solo qua e là si accendeva di rosso o di blu per via dei vasi di gerani aggrappati alle terrazze e di file svolazzanti di lenzuola e camicie sbatacchiate dal vento.Macchie di luce nel grigiore della città. Pareva uno di quegli uomini nati troppo alti, anime lunghe che, per tutta la vita, devono portarsi dietro e mostrare agli altri il loro corpo ingombrante,esagerato, smisurato, chiedendo quasi scusa di essere troppo diversi,così imbarazzati dalla loro sproporzionata statura da ingobbirsi ogni qualvolta incrociavano gli altri,i normali. Lo Spilunga: così nel quartiere lo chiamavano grandi e piccoli. Per tutto il giorno era spazzato, come una canna al vento, da una corrente continua di tante e assordanti voci: grida e nitriti di bambini che correvano giù per le scale verso il cortile, grida e ruggiti di mamme che li chiamavano per acchiapparli e infilarli a letto, grida e barriti di bambini che correvano su per le scale fuori dal cortile, grida e squittii di tv accese senza sosta dalla colazione alla merenda, dal pranzo alla cena. La notte, quando grandi e piccoli finalmente tacevano e solo i sogni parlavano, correva sui binari e sotto le stelle la voce ansimante del treno… Già, questo è l’ inizio di una lunga storia che un tale, di cui non so il nome e di cui non ricordo nemmeno il volto, mi ha raccontato un po’ di tempo fa. Lo dico da subito, io, ancora adesso, non sono sicuro che sia una storia vera, il tipo che parlava era a dir poco strano,un saltafossi da paese, un perdigiorno da osteria, ma siccome di gente bislacca ne ho incontrata tanta nelle strade che ho pestato mi prendo la responsabilità di farvela conoscere anche perché, lo sanno quasi tutti, che certe storie intriganti e zuppe di bugie, se hai la pazienza e il cuore per ascoltarle fino alla fine, dicono spesso la verità. Si sa che è così, o no?
Lo Spilunga era abitato da un nugolo di bambini, tanti e urlanti, tutti uguali e tutti diversi, maschi e femmine, zucche rapate e treccine a penzoloni, teste cespugliose e codini saltellanti, ginocchia sbucciate e unghie color fuxia, occhi feroci e sorrisi timidi: insomma Spilunga era un puntino del vasto mondo,un’ isola di cemento, un porto senza mare,un posto come tanti solo un po’ troppo vicino al cielo e un po’ troppo soffiato dal vento. Tarantola, Ciocorì, Teppa e Due Pistole erano quattro amici, sempre assieme,sempre in movimento, sempre a confabulare, dal primo di gennaio al trentun dicembre, dal lunedì alla domenica, dalle prime ore del giorno al calare della sera,dal primo sbadiglio all’ultimo respiro, dal primo ciao all’ ultimo ‘ci rivediamo domani’.
Tarantola era uno secco come un bastone e nervoso come una trottola, Ciocorì era uno nero come Duffy Duck e furbo come Bugs Bunny, Teppa era una dispettosa come una zanzara e matta come un poeta, Due Pistole era uno svelto come un pensiero e nobile come un cavaliere. Erano una bizzarra, buffa, inseparabile, tumultuosa, tenera compagnia: una banda affiatata, fedele e onnipresente ai piedi, nella pancia e sul testone di Spilunga. Su e giù, dentro e fuori e, naturalmente, intorno.
Quando non vagabondavano in cerca d’avventura o quando non sfruttavano il tempo giocando a non far niente,passavano molte interminabili ore nella stessa scuola: cupa e polverosa come la sala d’ attesa di una grande stazione. La sorte non aveva voluto che finissero nella stessa classe, ma si ritrovavano immancabilmente durante la ricreazione in cortile o lungo i labirintici corridoi tappezzati di monumentali disegni quando, non troppo di rado, finivano a turno espulsi, più o meno giustamente, dalle signore maestre.Be’, insomma… mica è tanto facile stare ore e ore attenti ed entusiasti a sentire una che disserta di preposizioni articolate, un’ altra che snocciola, uno dietro l’altro, gli affluenti di sinistra del Po e i cocuzzoli più a punta delle Alpi Cozie, una che elenca in ordine alfabetico nomi e cognomi di papi e re e un’ altra che , senza sosta e senza pietà, da ... i numeri. No, non erano degli alunni poi così difficili, lì in quella scatola di mattoni battezzata Scuola Dante. Erano ragazzini simili a tanti altri,solo che venivano giudicati, a volte, ‘quasi normali’,e, a volte, ‘quasi problematici’, che equivale a ‘ capaci di tutto’ e ‘mezzi scemi’. Comunque, la cosa fondamentale per tutti loro era che il tempo, quello dell’ orologio, passasse in fretta, corresse all’impazzata, volasse alla svelta e, inarrestabili, arrivassero, come raggi di sole dopo un diluvio o come gocce d’ acqua dopo la calura, le magiche vacanze. E allora sì la giornata era piena, piena di avventure, di noia, di progetti, di delusioni, di nuovi sogni, di antiche sconfitte.
Il bar, venti metri quadri incastonati tra un negozio di ferramenta e lo sgabuzzino di un calzolaio, era uno di quei posti con tanta luce lì a destra e poca luce là a sinistra, insomma, per capirci, quel tipo mezzo matto parlava, parlava e parlava acquattato nell’ ombra . Solo a tratti, illuminato ritmicamente dal crudo bagliore di un neon, scorgevo il suo volto. Regalava a pochi la sua storia strampalata, raccontava a voce bassa, misurava le parole,cercava il silenzio e, dopo un colpetto di tosse,prendeva il via e tirava a lungo, quasi senza riprendere fiato. E così saltavano fuori, come conigli da un cappello a cilindro, i pensieri e i sogni dei quattro bambini che giravano i loro giorni intorno a Spilunga. Io, a cavallo di una sedia, seguivo incantato la sua voce: era profonda e cavernosa. Accanto a me, ammazzati da una serie infinita di amari, due vecchi cercavano di addolcire la giornata e, cocciuti, tiravano gli occhi, spalancavano la bocca e drizzavano le orecchie e… Tarantola viveva con la sua tribù di otto persone,genitori compresi,in un condominio non lontano da Spilunga: era un palazzone tondo, un cerchio di pietra disegnato da un compasso gigante, un pallone di gomma troppo gonfio e, da fuori, con un briciolo di fantasia, non facevi fatica a immaginare, dentro, i mobili, i letti,il forno e il frigo tutto a forma di sfera, una specie di ridicolo uovo grigio abbandonato nello sterminato pollaio chiamato città. Era davvero uno spasso, un tantino crudele in verità, pensare a come doveva girare la testa a chi passava la sua vita, notte e giorno, in quella specie di circuito di cemento. Chissà, forse questa era una delle ragioni per cui Tarantola, un bel giorno di aprile, era schizzato come una molla dalla culla al marciapiede,saltando a piè pari gli ostacoli, le buche e i trabocchetti che lo aspettavano e fra piroette, giravolte e capitomboli aveva imparato da subito le amare regole della vita. Tarantola aveva le tasche sempre vuote e la testa sempre piena di super-idee: come fare questo, come non fare quello, come arrivare prima, come entrare per ultimo e così via. Tutto quello che pensava, e poi realizzava, sembrava sbattere come una catapulta contro le cose così come stanno, ma non era solo rabbia la sua, era soprattutto una naturale necessità di sprigionare energia, un bisogno forte di lanciare nell’ aria un urlo esagerato,come capita dopo un dolore troppo nascosto, dopo un’ attesa troppo estenuante, dopo un goal troppo sospirato.
Che tipastro quel Tarantola! Ciocorì se ne stava con la mamma, il papà e una sorella piccola in una casetta colorata come un’ arancia troppo matura, a ridosso del quartiere. Era un posto buono per i neri, almeno finché la baracca ce la faceva a stare in piedi da sola e almeno finché non finiva per dare noia a Chi, nella sua disinteressata lungimiranza, pensava di fare la città tutta bella grande, tutta bella fitta e tutta brutta uguale. Era dura la sua giornata tra le lezioni in classe al mattino e i lavoretti in un negozio al pomeriggio, ma Ciocorì aveva ereditato due enormi fortune che poi erano una: un piedino sensibile che toccava il pallone da calcio con la grazia e la leggerezza di un giocoliere e un sorriso contagioso che lo aiutava a rialzarsi da terra in un baleno, nonostante i colpi proibiti e le spinte subdole che subiva in campo e in strada. Una fila bianca di denti storti sfidava il mondo e brillava libera in quel faccino da cavallo di razza.
Che tipastro quel Ciocorì!
Teppa abitava tre piani sotto Tarantola e,fin da piccoli,i due avevano consumato il sedere sui banchi della stessa scuola e sulle scale dello stesso condominio. Genitori niente, spariti! Uno si mangiava la vita in galera e usciva di tanto in tanto a prendere aria e,poi, di nuovo dentro, al fresco.Una era volata via molti anni prima e, al contrario delle rondini, non si faceva viva nemmeno a primavera.
Teppa passava il suo tempo o in strada con gli amici o in casa con il nonno. Erano una stramba coppia, si volevano un gran bene e baruffavano ogni mezz’ora, testardi e dolci come due somari. Come la faceva ridere il nonno quando, con tono pomposo, voleva a tutti i costi fare il saggio, una sorta di stregone di periferia, un Gandalf dei poveri. ” Il temporale ,Anna, arriva sempre da nord, là dove le nuvole gonfie di pioggia affoscano la vetta dei monti e sempre, non scordarlo mai, scoppia verso sera,al calar delle tenebre: è scientifico!”,ammoniva con quell’aria saputella, agitando, come un mago da fiaba, il suo braccio ossuto verso il cielo. Che risate squillanti e che musi lunghi, che sguardi ironici e che occhiate di fuoco quando lampi e tuoni, l’ indomani, galoppavano furiosi dai mari del sud e rombavano immancabilmente all’ alba, allo spuntar del sole.
Che tipastra quella Teppa! Due Pistole stava più in là, al confine della città dei ricchi, quella dai bei viali alberati, dai bei negozi illuminati, dalle belle commesse eternamente sorridenti. Aveva un papà che faceva il prof e una mamma che lavorava in ospedale e la sua casa, dentro e fuori, era quasi normale. Se non era in giro con la sua banda di amici, consumava ore e ore a giocare a soldatini, ne aveva due scatole di latta piene: cow boy, indiani, messicani, cavalli bianchi, neri e pezzati.Glieli aveva lasciati lo zio Pino che li aveva avuti, a sua volta, dallo zio Walter: una vera e propria collezione, un ‘ eredità fatta di tanti semplici omini di gomma. Due Pistole, nel silenzio della sua stanza,circondato da centinaia di libri, inventava con loro storie incredibili: battaglie, fughe, duelli, rapine, agguati muovendo quel piccolo mondo di soldati in miniatura su e giù, dalle montagne rocciose ai grandi fiumi, dai rossi canyon alle verdi praterie. E, poi, prestava loro la sua voce e d’ incanto i suoi piccoli eroi, tra una sparatoria e l’ altra, prendevano a parlare:’’All right marshall, hasta la vista muchacos, augh numakaki’’. Che tipastro quel Due Pistole! E lui, il Misterioso, continuava a parlare e parlare, simile a un fiume che, goccia dopo goccia, spinge testardo la sua acqua fino alla meta, fino al mare, fino alla fine. Uno dei due vecchietti si era arreso, un mugugno di saluto e via… preso al guinzaglio dalla consorte che era scesa, come ogni sera, a recuperarlo. L’ altro tenace spettatore,oramai stremato dai tanti bicchierini color amaranto, si era arreso al sonno e continuava a sognare con il capo abbandonato sul tavolo. Restavo io, non avevo mai molto da fare, se non dialogare con me stesso e pensare a una figlia che aveva smarrito il sorriso e, devo essere sincero, quel narrare confuso ma avvincente mi aveva stregato e aspettavo…
Mancava un giorno a Natale e la banda si era spinta verso il centro, là dove le vetrine luccicavano di alberelli colorati e tante faccione di Babbi Natale rubicondi facevano capolino tra angioletti rosei e riccioluti,tra navi megaspaziali e bambolone ammiccanti, tra supermostri superorribili e grotteschi peluche tutte coccole. E poi tanta gente che camminava in fretta come se inseguisse un tram troppo veloce, che parlava in fretta come se dovesse lasciare ai posteri le ultime volontà, che comprava i regali in fretta come se temesse di finire i soldi da un momento all’ altro, che viveva quelle ore in fretta come se desiderasse che la Festa finisse in fretta. Loro no, loro passavano da un marciapiede all’altro, ciondolando come turisti in vacanza, fotografando con gli occhi tutta quella meraviglia, gustandosi con pigrizia un leccalecca giallo e tutto quel ben di Dio e, in un angolino, sognando di ricevere in dono uno di quei giochi fantastici, ben sapendo che quello che avrebbero trovato la mattina di Natale, al loro risveglio, sarebbe stato poco più di niente. Invece che poco più di niente, Tarantola desiderava e tanto uno scate board rosso fuoco , Ciocorì un pallone da calcio vero, Teppa un librone di esperimenti e magie, Due Pistole una tribù intera di guerrieri Mohicani. I sogni non costano nulla e, a volte, si consumano in pochi metri di strada, si smarriscono tra le gambe dei passanti e le ruote delle auto, si dileguano tra lo sferragliare di un tram e lo scoppiettio di un tubo di scappamento. E in tutta quella confusa confusione, in tutta quella frenetica frenesia, in tutto quel mare di facce anonime un’ unica persona li incuriosì: un tipo buffo camuffato da Babbo Natale. Se ne stava a cavallo di una bicicletta, teneva in mano un campanaccio, portava a tracolla un sacchetto di caramelle e nascondeva tra la sua barba di cotone un sorriso. Gli passarono accanto squadrandolo di sottecchi, intimiditi e incerti, come se lo conoscessero da sempre, come se l’ avessero visto chissà dove. Quando Teppa, che era l’ ultima della fila, si girò curiosa a fissarlo, l’ ometto tondo, all’improvviso, le mostrò la lingua.Il cigolio di un pedale,il fruscio di una ruota di bicicletta, il drin di un campanello,l’ eco di una canzoncina, lontano, di tanto in tanto. Sì, mancava poco, davvero poco a Natale! Era quasi buio quando i quattro vagabondi ritornarono, stanchi e confusi, nel loro territorio: gli occhi pieni di ombre e luci, delusioni e sogni, certezze e dubbi, proprio come fanno, Natale dopo Natale,dal centro di Stoccolma al cortile di Spilunga, tutti i bambini buoni,tutti i bambini cattivi e tutti i bambini così così. Nessuno di loro aveva voglia di parlare, come se ognuno cercasse di nascondere agli altri un misterioso intimo segreto, capace di esistere ancora, almeno ancora un po’, se rimaneva lì, in un angolo, da solo,stretto, dentro. Troppo silenzio! Troppo! Tarantola non ce la fece proprio più e spezzò l’ incantesimo mettendosi a correre a quattro zampe e ad abbaiare come un mannaro davanti al musetto di un pechinese tutto fiocchetto e codina. Il cagnolino guaì, il padrone sbraitò, Teppa scoppiò in una delle sue folli risate, Ciocorì sollevò da terra col suo piedino fatato un barattolo di pelati e lo colpì al volo e Due Pistole, con un tuffo sulla sua destra, lo parò e, rapido, lo infilò con un gancio sinistro nel contenitore dei rifiuti.Centro! Canestro! Cestino!
Anche lo Spilunga era in agitazione,in pieno fermento pre-festivo, uomini e donne si sbracciavano, concitati ed emozionati, come se stessero tutti insieme per salire sulla stessa corriera e partire in gita a Riccione e addirittura su qualche porta luccicavano, fieri come dorati trofei vinti alla Bocciofila, variopinti addobbi natalizi, mentre per la rampa delle scale scendeva e saliva ,ossessiva e languida, la cantilenante strofetta “Jingle Bells, jingle bells” , direttamente sparata dalla bocca spalancata di radio e televisioni perennemente in moto. In moto frenetico,passo dopo passo, gradino dopo gradino, tra profumi di ragù e giochi sparpagliati, sgambettava disperato e ansimante Nonno Temporale! Incrociò Teppa e i suoi amici sul portone di casa, borbottò loro qualcosa di incomprensibile,azzittì il loro consueto chiacchiericcio e si infilò nell’ ombra della strada scuotendo le braccia nodose, come rami al vento. Mistero! Il nonno di Teppa ,di norma,non si muoveva volentieri dal suo regno,fisso e incollato al pavimento come un’ antica quercia,e non si alzava dalla sua poltrona imbottita in finta pelle, se non per scrutare, venti volte al giorno, i colori del cielo, sgranocchiare, venti volte al giorno, un grissino con la maionese e andare, venti volte al giorno, al bagno, del tutto simile nelle sue immutabili consolidate abitudini a Ciabatta, il vecchio gatto grigio di pelo e di anni che riempiva con il suo molle incedere il silenzio della casa e con la sua proverbiale fame la propria pancia di crocchette.
Mistero! Il narratore di storie fermò la voce, come se volesse riprendere fiato prima di lanciare nella sala altre misteriose meraviglie. Allungò la mano sottile e sfiorò con tenerezza la testa piena di sogni e liquore del vecchio cliente, poi mi fissò a lungo e un brivido attraversò tutte le piastrelle della stanza e tutte le ossa del mio corpo. Trangugiò d’un fiato un bicchiere di vino,sospirò soddisfatto, si rintanò ancora di più nella penombra e riprese a parlare: era voce di incanto, ricca di pause, povera di menzogne,carica di attese,ammaliante e franca, malinconica e serena. Fuori, scendevano radi fiocchi di neve…
Il nonno di Teppa si era precipitato, senza cavallo e senza spada, ma in bicicletta e con l’ ombrello, in soccorso della signora Ida, la più longeva, la più duratura,la più granitica e fedele inquilina dello Spilunga. Si conoscevano da un sacco, anzi da almeno sessanta sacchi di anni e c’era chi, nel quartiere, giurava che un tempo i due…Insomma, erano due buoni vecchi amici e, ora, era giunto il momento di dimostrarlo, ora più che mai giacché era quasi arrivato il giorno di Natale, il solo momento dell’ anno in cui anche i vigili non danno le multe, i generali non fanno sparare i loro cannoni, i bambini non dicono troppe parolacce. Ma per quale nobile,suprema ragione quell’insieme di ossa arrugginite di Nonno Temporale si era messo in moto e, tra soffi di vento e fiocchi di neve, caracollava per le strade del quartiere, entrando e uscendo come uno spiffero da una cartoleria all’ altra,infilandosi,lui che sapeva di zolfo, nelle due sacrestie ancora aperte, sbuffando fiamme dalla bocca come un drago che duella con ardore contro i fendenti di un crudele cavaliere e soffiando fumo dal naso come un battello a vapore che gareggia in astuzia con le correnti maligne di un impetuoso fiume? Era successo che la signora Ida, famosa a Spilunga e dintorni, per la sua maestria nel fare torte senza zucchero e risotti senza sale, per la sua indomabile fede verso la locale squadra di pallamano, per la sua ventennale cavalcante miopia e, soprattutto, per la sua incrollabile mania di allestire per le feste un presepe monumentale non trovava più, né nel cassetto di destra dell’ armadio né nella cassapanca in cantina,i tre… Re Magi. Ma Gino il titolare della rinomata cartoleria “Lo Scarabocchio” e don Remigio il titolare della misericordiosa parrocchia di “ San Antonio Abate” non erano riusciti a porre rimedio al tormentato dramma del generoso cacciatore di statuine: non era rimasto in negozio nemmeno un Re Magio zoppo e in chiesa Melchiorre e compagni erano ormai posizionati ai loro posti, là in fondo, in cima alla montagna di cartapesta, ancora, per poco, un tantino defilati. E allora?
Nonno Temporale sgusciò, furtivo, in un piccolo bar e nella penombra della sala si scolò con rabbia due bicchieri di chinotto. Un lampo e uscì di corsa,trafelato e nervoso, mentre alle orecchie gli arrivava l’ eco di una voce profonda e ammaliante. Mentre attraversava i giardinetti pubblici, lanciando occhiate sospettose a destra e a manca, si sentì tirare forte il cappottone, uno strattone brusco seguito da una risata dolce: Teppa e i suoi tre compari se ne stavano seduti su una panchina arrugginita e sembravano aspettarlo. Che tipastri! Raccontò tutto, di getto, raccontò dei Re Magi smarriti, di chissà dove li aveva ficcati quella benedetta vecchia, della povera signora Ida che era mezza matta e mezza cieca ma tanto buona, dei cartolai che pur di fare soldi vendono le statuine dei magi a chicchessia, dei preti che pensano di avere l’ esclusiva sui presepi,della preghiera “Sant’Anton dala barba bianca fam cataa col ch’ am manca” che non funziona mai, del chinotto che non è più quello dei suoi tempi, del cielo troppo violaceo, che non promette niente di buono e del temporale che se viene da nord… Nonostante questo diluvio di sfoghi, recriminazioni e filosofiche considerazioni , o forse proprio per questo, i bambini capirono perfettamente quello che frullava nel suo testone e Due Pistole, che a pensare era più veloce di Billy the Kid a sparare, ebbe un ‘ idea davvero esplosiva, degna di quel muso rosso di Cavallo Pazzo quando, mica tanto tempo fa, prese a calci nel sedere il biondo generale George Armstrong Custer. Per rimediare alla catastrofe causata dalla scomparsa dei tre Saggi d’ Oriente e ridare colore, respiro e ossigeno alla vecchia signora Ida, sarebbe stato sufficiente aprire una scatola di latta e prendere da là e in tutta fretta portare lì tre… Nell’ aria umida del locale volavano, come tanti coriandoli impazziti, parole e parole da ore e ore, ma dal timbro grave della sua voce avvertivo che, adesso, sarebbe accaduto qualcosa di strabiliante, di unico, di decisivo. Una pausa, un silenzio breve , un sorriso beffardo tutt’intorno,poi con un saltello degno di un clown era salito in cima al tavolino e, ridacchiando fra sé e sé, aveva sferrato l’ ultimo attacco…
“ Donde vamos, muchacos? Non intiendo nada e por la fame me gira la cabeza.. Ramon, per la Santissima Vergine del Pilar, donde siamo diretti?.” Tranquilo Pedro,tranquilo,vamos oltre il rio Pesos,in tierra gringa, non te garba mucho, amigo?”.” Quien sabe? Quien sabe?”.
Tre messicani cavalcavano lungo le vie semideserte della grande città di pietra, tre piccoli messicani con sombrero e stivaloni cavalcavano lungo le vie semideserte della grande città di pietra, tre minuscoli messicani con pistole e cartuccere cavalcavano lungo le vie semideserte della grande città di pietra, tre soldatini di gomma vestiti da messicani cavalcavano lungo la pista di sabbia che portava da Santa Fé a El Paso, oltre il rio Pesos, in terra straniera. Avevano una missione da portare a termine, una pericolosa ardita missione: salvare l’ onore di una signora e ridarle il sorriso dei giorni di festa. Avanzavano, superando, uno dopo l ‘altro, fiumiciattoli fangosi e colline rocciose,deserti di fuoco e villaggi fantasma, avanzavano masticando polvere e mozziconi di sigaro, mentre una tempesta di sabbia bianca e gelida spazzava il loro viso cotto dal sole e si fermava ,in tanti piccoli ghiaccioli, sui loro lunghi mustacchi.
“ Ramon, por favor allenta la corsa,il mio cabajo mi mata, è niervoso come un serpe e stracomuerto come un peone. Amigo mio, è tiempo di fermarsi por una siesta, nina, mui nina”.” Pedro, amigo mio, tu es un hombre con mucho corazon, ma tu es un hombre mui mui loco, non teniamo tiempo por la siesta, il nostro General Due Pistole è stato mucho claro: per la metà della noche dobbiamo essere nel nuevo paese.Comprendido?”. “ Tan bien, amigo mio, ma porqué tu habli un pochito in mexicano e un pochito in la lingua de nuestro glorioso General?”.“ Quien sabe!”.
Rodriguez, il terzo bandolero, non parlava molto,ma ascoltava i rumori della notte e, a ogni sibilo,ogni scricchiolio,ogni brusio metteva rapido le mani alle due pistole dal manico dorato che portava alla cintura. Tutto, intorno, sembrava calmo, solo, lontano, i coyote ululavano alla luna, solitari e tre avvoltoi giravano in cerchio, minacciosi. Un grande roboante carro di ferro passò a tutta velocità facendo imbizzarrire il cavallo bianco di Ramon e spruzzando acqua e fango sugli stivali neri di Pedro. ” Cabron!”, urlò il primo,” Maldido gringo!”, urlò il secondo. Poi, per miglia e miglia, proseguirono il viaggio in assoluta tranquillità e Pedro, che portava sempre con sé la sua chitarra, trovò anche il tempo e la voglia di intonare un canto alla sua bella lontana innamorata. La sua voce, calda e melodiosa, si perse nel vento, nel silenzio della via e nei sogni dei bambini. Solo, in un angolo, un gatto nero danzava nella notte,inventando per un pubblico invisibile buffe piroette. Zoccolo dopo zoccolo, i tre soldatini cavalcarono fino al giardinetto che portava allo Spilunga, passarono zitti e pensierosi tra i sogni agitati di un barbone che, avvolto in una coperta di carta di giornale, aspettava l’ alba rannicchiato su una panchina arrugginita.Sotto l’ ombra della grande montagna chiamata Spilunga, il piccolo esercito di messicani tirò le redini e i cavalli, sbuffando nebbia dalle narici, si fermarono di colpo. Smontarono da sella, si spolverarono i vestiti, si aggiustarono sul capo il sombrero,si lisciarono i baffoni, lanciarono nell’ aria fresca l’ ultimo sigaro e urlarono a squarciagola:” Adelante compagneros.Viva la Segnora Ida e viva, siempre, la Revolucion!”. Si arrampicarono con i loro lazos lungo le pareti scoscese del monte Spilunga e roccia dopo roccia si ritrovarono, infine, davanti alla fazienda della Segnora. Ad un cenno di Rodriguez si slacciarono il cinturone con le pistole e lo appesero alla maniglia della porta della famiglia Pacifici, nascosero sotto il tappeto anche un paio di machete, un fucile e un candelotto di dinamite. Solo allora, in punta di stivali e tenendo il sombrero tra le mani, entrarono in casa e.. E, come se sapessero già dove stare, presero posizione giù in fondo,di fronte a una fila di angioletti biondi in bilico sopra una stalla, là sulla destra, dopo il laghetto con le papere, tra un pastorello con la faccia da buono e una donna che, curva ,continuava imperterrita a lavare i panni. Fecero un sorriso di circostanza a un cammelliere più nero della pece, diedero un’ amichevole pacca sulla schiena a un fabbro barbuto, esaminarono a lungo tre strani cavalli con due gobbe e si misero, con messicana pazienza, ad aspettare il loro turno. Ora il presepe era pronto,completo, perfetto, come deve essere ogni anno di ogni Natale nell’ appartamento numero 181, scala S, nel penultimo piano del condominio Spilunga. La signora Ida poteva andare a letto soddisfatta, tutto era in ordine e,poi, grazie ai suoi occhi malconci, non poteva certo accorgersi che Baldassarre, Melchiorre e Gaspare, quella notte dell’anno del Signore duemilaeoltre, portavano in testa il sombrero e tenevano fra le mani per il Nino della capanna una tortillas bianca come la neve, un peperoncino rosso come il tramonto e un fiore giallo come il grano. Le lucette si erano accese e illuminavano, a singhiozzo, il presepe, un cielo blu, tempestato di stelline, avvolgeva come un manto le statuette,la cometa si specchiava negli occhi scuri di Ramon, una contadinella offriva una brocca d’ acqua a Rodriguez e un soldato romano ascoltava estasiato la melodia che usciva dalla chitarra di Pedro. Fuori, nell’ affollata città degli uomini, Tarantola dormiva, Ciocorì sognava, Teppa russava, Due Pistole pensava.
Tacque, di botto, simile a una fontana che non può più dare acqua. Balzò giù con un saltello dal tavolino,si coprì il capo con un cappellaccio, si chiuse nel suo pastrano, accese una lunga pipa ricurva e, curvandosi sotto la saracinesca del bar, scivolò in strada. Albeggiava. Sentii i suoi passi risuonare sull’ asfalto bagnato e, non chiedetemi perché, gli corsi dietro, incerto e inquieto come un bambino che cerca al buio i capelli del papà. Ogni suo passo valeva tre dei miei, anche se, a prima vista, mi era parso appena più alto di me. Camminava a grandi falcate nel mattino nebbioso e, stranamente, più si allontanava più lo vedevo crescere di statura: due metri, tre metri, dieci metri. E la pipa lanciava nel vento sbuffi azzurri di fumo e i rami degli alberi si facevano suonare da una brezza leggera.Un concerto di foglie! Corsi come un folle e arrivai col fiatone all’ angolo di una casa, mi appoggiai al muro e lo vidi. Si avvicinava allo smisurato palazzone levando la mano in un saluto amico e togliendosi, per un attimo, il cappello come fanno i vecchi di paese. Si avvicinava con andatura decisa e più avanzava più si ingigantiva. Quando gli fu di fronte, alla stessa sua impossibile altezza,cinse con le ali del suo mantello lo Spilunga, lo abbracciò stretto e, dentro di lui, lento si sciolse. Lo so, è roba da non crederci e io sono il primo a darvi ragione, ci mancherebbe altro. E, poi, non sono tanto sicuro che sia andata proprio così, più ci penso e meno certezze mi rimangono. Forse è stata tutta colpa del vento o forse…D’ altra parte, fin dai tempi in cui i grandi dicevano le bugie e i piccoli la verità, si narra che le storie intriganti più le senti e più si gonfiano, più corrono per le strade più mutano, più le racconti in giro e più ti sfuggono di mano. Lo sanno perfino i bambini, o no? Ma, almeno a Natale, almeno qui a Spilunga, perché meravigliarsi della meraviglia!

secondo classificato
MILLE BICICLETTE E UN PARCO PER NATALE
di Emma Bresola

 "Caro Babbo Natale, desidero tanto una bicicletta, una che ho visto nel Parco delle Biciclette Dimenticate della mia città. Non è nuova, è un po' arrugginita, ogni giorno di pioggia in più è la rovina per lei e le altre tutte ammucchiate. Basterebbe una chiave per aprire il lucchetto della catena che la imprigiona, una ripulita, un po' di antiruggine, della vernice rossa, sì la vorrei rossa, con le ruote gonfiate sarebbe come nuova.
Devi sapere che la gente arriva, lascia la bicicletta nel parco, la incatena perchè nessuno la rubi e poi non torna più a riprendersela. Se ne stanno lì, tristi e immobili, di tutte le forme e dimensioni, appoggiate agli alberi che sembrano soffocati. Mamma e tutti qui dicono che non si possono prendere, perchè non è roba nostra. Se si potesse liberare le biciclette dalle catene e toglierle dal parco, anche gli alberi tornerebbero a respirare. Mi piacerebbe incontrarti. Ciao, Fausto". Imbucai la lettera e non ci pensai più. Qualche tempo dopo ricevetti una cartolina:
"Arriverò nella tua città prima della fine dell'estate, vieni a prendermi alla stazione. Non sarà difficile riconoscermi", seguiva il giorno e l'ora dell'arrivo  e concludeva con "sarò felice di conoscerti Fausto.  A presto, Babbo Natale".
Non solo mi aveva risposto, veniva persino a trovarmi. Nell’attesa dell’incontro, facevo lunghe passeggiate nel Parco delle Biciclette Dimenticate, d'estate è l’unico posto un po' fresco della città. Osservavo che ogni giorno se ne aggiungeva una nuova, una incatenata all'altra. Un pomeriggio vidi una ragazza arrivare con la sua bicicletta e dopo essersi accertata che fosse ben legata andò a sedersi al tavolo del Bar del Parco. Ordinò una granita, dallo zaino tirò fuori libri e riviste dedicandosi alla lettura fino all’ora di chiusura. All’uscita la raggiunsero i suoi amici e insieme salirono su un’auto. Non la rividi più, la sua bicicletta invece era sempre là dove l’aveva lasciata. Un altro giorno un signore molto elegante con una valigetta ventiquattrore, legò con una catena la sua bicicletta alla ruota di un’altra, iniziò a piovigginare. Si recò poco lontano a un appuntamento forse di lavoro, cominciò a discutere, si scatenò un temporale. Piovve così forte che l’uomo riparandosi il capo con la valigetta, salì sul primo autobus per la stazione. Abbandonò la bicicletta in una pozza di acqua e di fango. Un’altra volta un ragazzo era tornato a riprendersi la sua bicicletta, ma non  la riconosceva più, provava ad aprirle tutte, niente da fare, tirava stizzito qualche calcio e rassegnato se ne andava via a piedi. Finalmente arrivò il giorno dell’incontro con Babbo Natale. La sera prima  puntai la sveglia  e trepidante come la notte di Natale, stentai a prendere sonno, pensavo alle biciclette, cominciai a contarle come le pecore e mi addormentai. L’indomani arrivai puntuale al binario. Eccolo scendere dal treno, indossava pantaloni e maglietta rossi, sandali, l’inconfondibile copricapo rosso col pelo bianco e un sacco sulle spalle. Gli andai incontro sventolando la cartolina che mi aveva spedito, e appena mi vide, sorridendomi disse: "Devi essere Fausto. Ho un bagaglio un po' pesante con me, prenderemo un taxi". Ancora non ci credevo, ero seduto accanto a Babbo Natale in un taxi, ed era arrivato col treno, ma allora non viaggia solo con le renne, pensai.
La mamma gli aveva preparato la stanza degli ospiti e lo accolse con un tè freddo e una torta gelato.
"Suo figlio mi ha risolto un grosso problema, con il “Parco delle Biciclette Dimenticate" e rovesciò sul tavolo un mucchio di lettere e chiavi, "sono tutte richieste di biciclette, solo e nient’altro che biciclette. Con queste chiavi forse riuscirò ad aprire tutti i lucchetti. Avevo qualche bicicletta nel magazzino, ma non sapevo proprio come accontentare tutti, finchè è arrivata la lettera di Fausto a tirarmi fuori dai guai. Ho già tutti i permessi per aggiustare e prelevare le biciclette dal parco. Sistemerò  subito la tua, Fausto, e sarà la mia prima consegna di quest’anno". Dopo cena ci mostrò un album di foto scattate in primavera nei  meravigliosi boschi accanto alla sua casa: mirtilli ed eriche; betulle, pini e abeti; distese di anemoni bianchi, violette e candidi eriofori; oche selvatiche e voli d'anatre. Vi era infine una immagine molto curiosa, spiccavano in lontananza nella neve, una coppia di cappucci neri a punta e  in primo piano altre due identiche coppie.
" Come è capitata qui?, questa foto fa parte di un'altra serie. Quelle in fondo," ci spiegò Babbo Natale "sono le punte delle orecchie della lepre variabile*. E' un tipo di lepre che d'inverno ha il manto bianco e in primavera con la muta si copre di peli bruni e grigi. Perde il pelo un po' alla volta, prima solo sul capo, poi sul collo, cambia  quello del dorso, dei fianchi, delle zampe e infine delle orecchie e della coda. Ma la punta delle orecchie rimane sempre nera in tutte le stagioni.
I miei assistenti fotografi, per non spaventarla e riuscire così a seguirla e riprenderla, hanno indossato scarponi, tuta, guanti, passamontagna, occhiali completamente bianchi, macchina fotografica compresa, e un cappuccio con due orecchie dalla punta nera,  come i colori della lepre in inverno. Queste quattro orecchie in primo piano sono appunto i miei assistenti ben mimetizzati, che sono riusciti a seguire la lepre  fino a primavera al momento della muta. Ora vi mostrerò l’intero servizio fotografico". Tirò fuori un altro album  proseguendo il racconto.
"In primavera, fotografarla diventò più complicato, perchè man mano che perdeva il pelo, i fotografi per continuare ad assomigliarle,  si dipingevano la tuta di peli bruni e grigi. Solo così sono riusciti a scattare le fasi della muta, come potete vedere da queste foto".
Guardavo e riguardavo quelle buffe immagini  con mamma, avevamo le lacrime agli occhi dal ridere nel vedere le fasi della muta dei fotografi in primavera con i peli dipinti sulla tuta. Intanto Babbo Natale, cullato dalle nostre risate, si era addormentato vestito, anche lui si mimetizzava bene sul nostro divano rosso, mamma preferì non svegliarlo. In mattinata lo accompagnai al Parco, disponemmo dei cartelli che segnalavano lavori in corso  all’entrata e  lungo i viali. "Quanto è sbadata la gente, sono davvero tante, forse più di quante me ne abbiano richieste", commentò Babbo Natale. Aveva con sé le chiavi e riuscì ad aprire i lucchetti liberando tutte le biciclette. Il Comune mise a nostra disposizione due tendoni: uno serviva da laboratorio di restauro e l’altro per riparare dalla pioggia le biciclette pronte. Attaccammo delle locandine in cui spiegammo che volevamo evitare che il Parco diventasse una discarica ed esaudire il desiderio di bambini e ragazzi di avere una bicicletta. Chiamammo l’operazione “Mille biciclette e un Parco per Natale”: chiedevamo la collaborazione di tutti al restauro delle biciclette e alla pulizia del Parco. Accorsero in molti all’invito e ognuno diede il proprio contributo. Per alcune occorreva raddrizzare i raggi delle ruote, sostituire la forcella o la sella; per altre bisognava cambiare i freni, i pedali o le ruote. Tutte avevano bisogno di essere pulite, dell'antiruggine, e di una riverniciata al telaio. Cominciò la scuola perciò  la mattina ero impegnato, ma nel pomeriggio andavo a trovare Babbo Natale. Gli portavo qualche fetta di torta  e un thèrmos di tè caldo che mamma preparava per lui. A volte lo aiutavo nel lavoro di restauro.
Mancavano poci giorni alla viglia di Natale, le biciclette erano ormai tutte restaurate a regola d’arte e una sera, Babbo Natale rientrò per la  cena, ma aveva un aspetto pallido e affaticato. Disse di non sentirsi molto bene, si sdraiò sul divano, la mamma gli preparò un latte caldo e gli diede il termometro, aveva la febbre alta, perciò chiamammo il medico.  Dopo averlo visitato gli ordinò riposo assoluto, e si raccomandò che non uscisse per nessun motivo. Le consegne dei doni rischiavano di saltare. Doveva trovare qualcuno che lo sostituisse, contattò i suoi  assistenti ma erano tutti molto indaffarati per i preparativi della vigilia.
Il giorno seguente era a letto ancora con la febbre, arrivò il nostro postino a consegnarci delle lettere.
"Come ho fatto a non pensarci prima, con qualche accorgimento sarà perfetto, oltretutto se la caverà benissimo perchè è il suo lavoro di ogni giorno". Chiamò al telefono il suo amico postino:"Come saprai, ho la febbre e mi è perciò impossibile occuparmi delle consegne natalizie di quest'anno. Ho pensato a te per sostituirmi". "A me? Se non ti assomiglio per niente, se ne accorgeranno  della sostituzione". "Non ti preoccupare. Non c'è persona più adatta di te  per recapitare i doni, oltre a me naturalmente". Il postino viveva da solo, gli sembrava un ottima idea trascorrere il Natale fuori casa, non riusciva però a immaginarsi nelle vesti di Babbo Natale, poichè era più magro e non aveva la barba, comunque accettò.
Babbo Natale gli disse di farsi dare dai suoi assistenti la cartina con le strade da percorrere, e di aver già dato disposizione perché gli preparassero la slitta con le renne e il suo abito natalizio, infine gli indicò la strada del Parco per caricare  le biciclette. Giunse la vigilia di Natale, tutto era pronto: il sostituto di Babbo Natale, i doni caricati sulla slitta, una nevicata avvolse il mondo in una soffice, candida coperta di cristalli di neve, ma qualcosa non funzionava. Le renne si rifiutavano di muoversi, perchè  non ubbidivano mai agli estranei. Allora Babbo Natale emise il suono di richiamo delle renne che appena lo riconobbero, partirono lasciandosi guidare dall’amico postino. La notte sotto l’albero trovai una splendida bicicletta rossa e un biglietto: "Come promesso questa è la mia prima consegna. Il tuo amico, Babbo Natale". Tutto andò come doveva andare: il Parco fu riconsegnato alla città, le biciclette caricate sulla slitta e regalate, i bambini ricevettero i doni e poichè avevano saputo che Babbo Natale era malato, ognuno di loro gli preparò un bigliettino di auguri a forma di farfalla. Qualche giorno dopo il postino tornò a prendere Babbo Natale non più febbricitante, con la slitta carica di farfalle variopinte. Vedendo tutte quelle farfalle si commosse per il pensiero delicato che i bambini avevano avuto per lui. Avevo una bicicletta rossa davvero speciale, pedalavo spesso nel Parco che era tornato al suo splendore e nessuno più vi dimenticava le biciclette. Ah!, dimenticavo. Due settimane dopo quel Natale, trovai sotto la porta una lettera: "Caro Fausto,  nel cassetto del mobile  vicino alla finestra in cucina, dovrebbe esserci  l’album della lepre variabile che ho scordato di prendere. Gli assistenti fotografi sono furiosi  con me per aver lasciato in giro il loro servizio fotografico. Nel cassetto ho dimenticato anche le chiavi di casa, ora sono ospite dal mio amico postino.  Appena ti è possibile, metti tutto in una busta e inviala a mezzo corriere all’Ufficio Postale. Ti abbraccio, Babbo Natale".

terzo classificato
LA LUNGA FUGA
di Silvia Faini

Erano le 8.30 di una sera buia come il fondo di una cantina e così fredda che perfino il cielo aveva indossato un coperta pesante.
“Presto, forza, è ora, dobbiamo partire” si sentì a un tratto nel silenzio del sotterraneo. L’ordine corse di bocca in bocca all’interno delle lunghe gallerie, dove alcuni sbadigliavano, destandosi da un sogno colmo di succose carote e altri si lisciavano il pelo arruffato dal sonno; i piccoli, stiracchiandosi, domandavano: “Dove andiamo? Perché partiamo?”.  Gli adulti. però, preoccupati, non trovavano il tempo di rispondere a quelle domande e si limitavano a sospingere lungo i cunicoli i piccoli ancora assonnati.
Poco alla volta si riunirono tutti, adulti, anziani e piccoli, nella Tana Grande, dove Ruggine, Penna e Ciuffo li attendevano. “Non possiamo sapere quanto durerà la nostra fuga – esordì Ruggine con voce che voleva sembrare sicura. – Però una cosa è certa: il mondo, fuori da qui, è denso di pericoli. Quindi, fate attenzione!”.
“Sì, sì, attenzione… attenzione…” fu il mormorio che fece seguito alle sue parole.
“Andiamo!” proseguì Penna, e si incamminarono. I più anziani, col cuore pesante, non si voltarono indietro nemmeno una volta; non volevano vedere ciò che lasciavano: il tepore delle tane, i luoghi conosciuti, gli odori familiari.
Quando sbucarono all’esterno, il cielo non prometteva nulla di buono: raffiche rabbiose di vento gettavano qua e là manciate di foglie scricchiolanti e facevano gemere i cespugli ormai spogli. I piccoli rabbrividirono nell’aria gelata di quella sera di dicembre e cominciarono a percorrere ordinatamente, saltellando, il “loro” terreno.
Solo quando furono tutti al bordo del campo coperto di brina, Ruggine si gettò un’ultima occhiata alle spalle: la Ruspa Ruggente, alta, grossa, dentata, che li aveva terrorizzati per giorni e giorni distruggendo gallerie e tane, era là, coperta da un telo blu, in attesa che gli uomini tornassero a scavare. Non c’era più posto, in quel luogo, per i 96 conigli che vivevano su quel terreno da lunghi, lunghissimi anni; non c’era più spazio per loro in quella terra, dove, si narrava, in epoche remote era arrivato Gran Coniglio con un primo, sparuto gruppetto. A quei tempi – così affermavano le leggende – il campo era ricco di erba, circondato da orti traboccanti di verdure e alberi carichi di frutti, mentre un Limpido Fiume scorreva, con le sue placide acque, a poca distanza.
Ruggine guardò ora il loro podere: enormi palazzi lo soffocavano da ogni lato e la Terribile Tangenziale, lì accanto, era percorsa giorno e notte da Moto Tonanti, Camion Puzzolenti e Auto Strepitanti.
L’unica salvezza era la fuga, che avevano progettato ormai da giorni. Impauriti, ma tranquilli e ordinati, i 96 conigli iniziarono a percorrere il marciapiede.
Le auto sfrecciavano veloci sulla Terribile Tangenziale, colpendo con i fari il gruppo di conigli migranti che si spostavano con prudenza. Gli automobilisti, allarmati, iniziarono a tempestare di telefonate il 113: “Presto, mandate una pattuglia, ci sono centinaia, migliaia, milioni di conigli sulla tangenziale… potrebbero causare incidenti…”. 
“Allarme! Allarme! – strillarono altri. - Ci sono degli alieni simili a conigli sulla tangenziale! Ci stanno invadendo!”.
Quando infine i supposti invasori raggiunsero l’incrocio con la strada provinciale, Ruggine, ritto sulle zampe posteriori, con le orecchie vigili come antenne, dopo aver annusato ripetutamente l’aria in direzione dei quattro punti cardinali, decise: “Di là! Andremo a settentrione!". Saltellando, incespicando, coi piccoli cuori in tumulto, attraversarono lo svincolo e si trovarono tutti sull’altra strada, diretti verso il Limpido Fiume. Tutti meno…
“Aiuto! Aspettatemi!”; il grido disperato di Lapi lacerò l’aria umida della sera. Si volsero tutti come un sol coniglio: quello svampito era là, fermo in mezzo al crocicchio, e tremava come un budino dimenticato al sole in un giorno d’estate. “Vado io!” decise Penna e si tuffò verso l’amico, i cui denti, per il terrore, battevano come nacchere impazzite; lo afferrò saldamente per una zampa e se lo trascinò appresso fino a porlo in salvo.
“Gra-gra-gra-grazie” balbettò Lapi, il cui pelo chiaro, di cui andava fiero, era diventato nero come liquirizia per gli scarichi degli autocarri. I suoi baffetti argentati vibravano ancora per la paura.
 Si rimisero in cammino, senza badare allo stridere dei freni delle auto che inchiodavano quando vedevano quella lunga fila ordinata sul marciapiede. A un tratto però, ancora lontano, ma in rapido avvicinamento, si sentì provenire il sibilo lacerante di una sirena: il temutissimo Accallappiaconigli era sulle loro tracce!
“Al fiume!” gridò Penna sentendo uno sciabordio di acque e tutti si precipitarono lungo la sponda del torrente, scivolando sull’erba scivolosa, per cercare un nascondiglio fra gli arbusti.
“Eccoli! Vanno al fiume… presto!”.  “Giù la rete… di qui!” gridavano dal ponte diverse voci concitate, sciabolando l’aria con le pile.
La piccola tribù, sentendosi minacciata, si infilò in un condotto scuro e maleodorante e attese. Gli uomini percorsero la sponda in lungo e in largo, senza trovar traccia dei fuggitivi, tanto che, poco alla volta, le voci che si incrociavano e i suoni dei passi che frugavano si affievolirono e infine si allontanarono.
“Ma siamo arrivati al Limpido Fiume?” sussurrò un piccolo.
“Usciamo da qui, c’è una puzza tremenda!” mormorò un altro.
“Sarà colpa di Lapi, dopo lo spavento che si è preso!” ridacchiò Ruggine.
“Ehi, io non…”esordì Lapi, ma ecco che due occhi verdastri, minacciosi, si accesero nel buio e una voce sgraziata sibilò: “Che fate, Lungheorecchie, nel mio territorio?”.
“No-noi – balbettò Ciuffo – siamo in fuga, ce-ce ne andiamo su-subito…”.
“Avete invaso il mio territorio! – squittì la voce. – Questa discarica è zona mia, capito?”.
“Discarica?! E il Limpido Fiume? E le acque spumeggianti?” chiese un anziano con voce tremolante.
Topo-di-Fogna si piegò in due per le risate: “Oh, il fiume per spumeggiare spumeggia, spumeggia: detersivi, scarichi industriali, residui fognari… ah, ah, ah… Comunque, per passare da qui dovete pagare!”. 
"Pagare?" chiesero a una sola voce Ciuffo, Penna e Lapi.
“Sì, pagare!” ribadì Topo-di-Fogna quando fu certo che anche l’ultimo uomo se ne fosse andato, e li fece uscire dal condotto puzzolente. “Fatemi un po’ vedere…” e li scrutò uno ad uno per controllare cos’avessero di prezioso. “Maledizione, non avete niente di niente, siete dei luridi pezzenti; vorrà dire che uno di voi resterà qui a farmi da schiavo…”.
I conigli si guardarono smarriti: no, non era certo quella la loro idea di libertà! Poi Ciuffo ebbe un’idea: “Aspettate!” esclamò; risalì velocemente la sponda e saltellò fino al punto in cui ricordava di aver visto qualcosa di luccicante; prese l’oggetto fra i denti, tornò dai suoi, depose il pezzo di specchietto davanti al ratto e chiese: “Ora possiamo ripartire?”.
Al topo brillarono gli occhi: fra le suericchezze – bottiglie di plastica, lattine schiacciate, tappi colorati – quello non c’era e sicuramente valeva un tesoro. “Potete andare – disse fingendo indifferenza – anche se questa è robaccia di nessun pregio…” e allungò una zampa, viscida e chiazzata di sporcizia, verso lo specchietto luccicante. Poi, con un mozzicone di sigaretta fra i denti, restò ad osservare i conigli che si allontanavano sulle pietre lisce del fiume.
Prima di rintanarsi nel suo barile sfondato, gettò un'ultima occhiata a Penna, che chiudeva la fila, e sputò con disprezzo: “Spiantati! Non sanno nulla dell’esistenza, avranno vita breve qua fuori…”.
*   *   *
Camminarono, camminarono e camminarono ancora, sempre più stanchi, sempre più affamati, finché giunsero nei pressi di una casa. Ruggine si fermò, si rizzò sulle zampe posteriori, mosse il nasino nell’aria gelida, poi mormorò: “Fieno e legna… Possiamo provare…”. Cautamente, insinuandosi uno alla volta sotto la recinzione, strisciando contro il muro di grossi mattoni, arrivarono a una porticina. Ciuffo, col cuore che martellava, la sospinse e sbirciò all’interno: buio assoluto.
Attese che gli occhi si abituassero all’oscurità, poi azzardò: “Non c’è nessuno, per questa notte possiamo rifugiarci qui!”.
I piccoli si addormentarono quasi subito, dopo aver rosicchiato paglia e fieno, e anche gli adulti, pensando di essere al sicuro per quella notte, stavano per chiudere gli occhi, quando, dall’alto di una trave, una voce cavernosa rimbombò nell’aria immobile: “Guarda guarda che bei bocconi!”. I 96 cuori dei Lungheorecchie ebbero un tuffo e tutti alzarono lo sguardo verso la voce.
“E così – gracchiò Corvo Spennacchiato volando su una trave proprio sopra le loro teste – ora potrò avvertire Cane Rognoso e Martora Malvagia che qui c’è una cena pronta per loro… Sapete, Lungheorecchie, io non ho più la forza di cacciare, ma indico ai miei alleati le facili prede come voi, così mi lasciano i loro avanzi! Ah, ah, ah..”.
Il tonfo della porta richiusa li fece sobbalzare: un enorme cane dal pelo ispido come una spazzola di ferro e una martora dagli occhi avidi li fissavano con la bava alla bocca.
“Siamo perduti!” mormorò Penna tremando come un pioppo nella bufera, mentre il cane e la martora avanzavano lentamente pregustando le loro tenere polpe.
“Presto, di qui!” disse una voce appena udibile. Penna si voltò: un topino, alto quanto un torsolo di mela, indicava loro uno stretto pertugio fra le assi: “Presto!”. I conigli, retrocedendo pian piano, sgusciarono in quel foro provvidenziale, e solo quando Ciuffo restò da solo a fronteggiare i nemici, questi si resero conto di essere stati beffati. “Prendiamoli!” esclamarono, ma già Ciuffo, sparito oltre l'apertura, stava spostando un grosso mattone per tapparla.
“Fuggite verso la collina, presto, verso la collina!” suggerì il topino. E mentre i predatori cercavano di sfondare le linee difensive, la tribù dei conigli scappò verso i monti.
*   *   *
Ormai la città era alle loro spalle e il bosco, avvolto nell’oscurità della notte, era denso di ignote minacce, popolato forse da carnivori dai denti aguzzi come pugnali e dagli occhi di fuoco.
Molti erano allo stremo delle forze: scivolavano sulla neve ghiacciata, inciampavano nelle pietre sconnesse e non trovavano neppure un filo d'erba da rosicchiare. Perfino nei cuori più coraggiosi si faceva ormai strada la disperazione. A un tratto, però, Ruggine, che aveva alzato lo sguardo stanco verso il cielo, da cui cadevano sottili aghi di neve ghiacciata, mormorò: “Lassù, guardate, una casa!”.
Si scorgeva infatti, a breve distanza, un tetto imbiancato. “Vado in ispezione!” decise Ruggine, sentendosi rinascere le speranze alla prospettiva di un posto all’asciutto in cui trascorrere il resto della notte e forse anche di qualcosa da mettere sotto i denti.
“Vengo con te!” aggiunse Lapi tremando per la propria audacia.
“Dannasssione, ragassssi, vengo anch’io!” proclamò Denterotto col suo marcato difetto di pronuncia. Saltellarono fino al portone della cascina e sbirciarono all’interno. “È disabitata!” esclamò soddisfatto Ruggine, e già stavano per tornare ad avvisare gli altri quando un’ombra corpulenta, più nera e densa dell’oscurità che li circondava, li fece tremare fin nel midollo.
“Un mo-mo-mostro!” balbettò Lapi e Denterotto sibilò: “Per mille ssssampogne! Ssssiamo fregati!”. Ma, dopo il primo istante di terrore, Ruggine, il cui formidabile olfatto non lo tradiva mai, annusò l’odore che la brezza sospingeva verso di lui e balbettò: “Ma-ma que-questo è un cavallo”, poi guardò meglio l’ombra massiccia e sussurrò: “Anzi, una cavalla, una grossa cavalla, una pony incinta!”, per cui, dopo essersi schiarito la voce, azzardò: “Vede si-si-signora Gambacorta, siamo alla ricerca di una nuova terra in cui vivere in pa-pace. Non le sto ora a raccontare le traversie, le avversità e i pericoli corsi, e la fatica dei piccoli e il dolore per la terra abbandonata in tutta fretta… - sbatté le lunghe orecchie setose e si asciugò una lacrima che gli era scivolata lungo il muso più per il freddo che per la commozione. - Lei certo è sen-sensibile e non ci lascerà morire di freddo pro-pro-proprio stanotte che è la vigilia di Natale, vero?”. Poi sfoderò lo sguardo più dolce del suo repertorio.
La cavalla li osservò con fare premuroso, fiutò l’aria per cogliere l’odore degli altri conigli, poi rispose: “Potete restare, certo, anzi, siete i benvenuti. Ci sono nascondigli ovunque in questa vecchia cascina… Laggiù, al pozzo rotondo, sotto la tettoia di legno, mi hanno lasciato una scorta di paglia e fieno per molte settimane, e acqua in una tinozza, perché qui, se comincerà a nevicare, per giorni e giorni nessuno potrà salire…”.
Ruggine avrebbe voluto ballare, saltare, cantare, ma si limitò a strusciare affettuosamente la testa contro la zampa pelosissima della signora Gambacorta. Il fischio potente di Denterotto richiamò anche gli altri che aspettavano più in basso e che arrivarono a piccoli gruppi: chi aveva una zampa ferita e chi la coda ammaccata, chi si lamentava per la fame e chi per il sonno. Ma, alla vista di quella gran quantità di paglia, ebbero tutti un sospiro di sollievo: ormai al sicuro, si gettarono nel morbido tepore e si addormentarono profondamente. La neve, da sottile e ghiacciata che era, cominciò a cadere larga e pesante, per tutta la notte e per l’intero giorno seguente, coprendo con un mantello candido alberi, tetti e prati. E fu proprio il giorno dopo, quando ormai la sera si era posata sulla montagna come un piumino blu, che nacque il piccolo pony: aveva grandi occhi nocciola, il pelame dorato come la madre e una piccola stella candida sul muso. “Fiocco-di-neve… che dice, signora Gambacorta, potremmo chiamarlo così, il piccolo, eh?” decise Ruggine, che aveva assistito al parto con la gentilezza di un’ostetrica provetta.
“Sì, direi che è proprio indicato” sorrise la cavalla, dopo aver gettato un’occhiata alla neve che continuava a scendere pigra.
E fu così che da quel giorno, e per molti, moltissimi anni, i conigli vissero finalmente in pace, in compagnia della signora Gambacorta e di Fiocco-di-Neve, il suo piccolo figlio.


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