PREMIO "STORIA DI NATALE" EDIZIONE 2009


La giuria del premio “Storia di Natale”, il premio promosso da Interlinea edizioni e dalla Fondazione Marazza di Borgomanero, con vari patrocini e collaborazioni, ha diffuso in questi giorni le proprie decisioni: per l’edizione 2009 il primo premio della sezione senza limiti di età è stato assegnato a le scarpe della befana di Anna Genni Miliotti con le illustrazioni di Cinzia Ghigliano (pubblicato nella collana "Le rane piccole" di Interlinea). La giuria ha segnalato come particolarmente meritevoli i testi di Annamaria Gozzi (La vecchina di Natale) secondo classificato e di Aurora Magni (Il presepio più bello del mondo) terzo classificato, pubblicato in questa pagina (il testo di Annamaria Gozzi non sarà pubblicato qui in quanto attualmente sotto contratto per essere pubblicato in un libro per ragazzi). I testi vincitori della sezione scolastica sono contenuti in un libretto distribuito gratuitamente durante la cerimonia e su richiesta.
 

terzo classificato
Il presepio più bello del mondo

(Ovvero: il presepio di Bepi, Gigliola, Casimiro e Tobia)
di Aurora Magni

Era il ventiquattro di Dicembre. Erano più o meno le sei di mattina.

Si sarebbe detto che tutti dormivano, laggiù nella vallata buia, non fosse stato per i profondi “don, don” del campanaccio al collo della mucca Gigliola.

E se qualcuno con l’udito fino si fosse messo in ascolto, avrebbe potuto udire anche gli scarponi del contadino Bepi che sbattevano sul terreno ghiacciato, gli zoccoli della mucca e quelli del somaro Casimiro.

Infine c’era il respiro un po’ affannoso del vecchio Tobia, un cane da caccia in pensione, ed i suoi deboli latrati di disapprovazione per quel viaggio iniziato così, in piena notte.

«Io sono una mucca» osservò Gigliola muggendo, ma nessuno rispose.

«Io sono una mucca da latte, non sono un bue» ripeté qualche minuto più tardi. Poi aggiunse: «E Casimiro è solo un vecchio somaro».

«Vecchia somara sarai tu!» esclamò offeso l’altro animale. «Io sono un asino di tutto rispetto, non privo di una certa eleganza. Comunque, effettivamente, tu sei una mucca, non un bue: hai il latte. E questo non va proprio bene».

«Sono tutte parole gettate al vento» cercò di zittirli il contadino camminando lungo il sentiero. «Vi state lamentando inutilmente: ho deciso di portarvi a Greccio e lì vi porterò».

«Ma io sono una mucca!» protestò ancora Gigliola.

«E se io non ho nemmeno un bue, che posso fare? Tagliarti a fettine e comprarmi un animale maschio?» chiese il contadino.

Gigliola rabbrividì, un po’ per il freddo e un po’ per la paura.

«Non si è mai vista una mucca in un presepio, c’è sempre l’asino ed il bue» fece notare Casimiro con aria di chi la sa lunga.

«Bue o mucca, noi andremo a Greccio e lì saremo tra i personaggi del presepio più bello del mondo. Lo devo alla mia nonna Ginetta. Mi ricordo, quand’ero piccolo, che mi prendeva in braccio e mi narrava lunghe storie bellissime. In questo periodo, vicino a Natale, quando fuori tutto era ghiacciato e le giornate si facevano corte, mi raccontava del Bambinello, venuto al mondo in una capanna, al freddo e al gelo, mentre la campagna era seppellita sotto due metri di neve».

«Gesù è nato in Palestina, che è quasi Africa. Non credo ci fosse la neve» puntualizzò l’asino.

Bepi non gli badò. «Mia nonna diceva “due metri di neve” e io me la sono sempre immaginata così, la nascita di Gesù. E sono sicuro che lì a Greccio, tra le montagne, la neve ci sarà. Non la sentite anche voi? È già nell’aria» osservò respirando profondamente. «Una volta, anche mio nonno vi portò il suo asino ed il suo bue e li fece sedere uno a destra e uno a sinistra del Bambinello».

«È per questo che ci vuoi portare fin lassù, con questo freddo?» chiese la mucca intirizzita sbattendo il campanaccio un po’ a destra e un po’ a sinistra cercando di scaldarsi con il movimento.

«Proprio così. L’altro ieri notte mi è apparsa in sogno nonna Ginetta. Aveva i capelli bianchi, splendenti come l’argento, ed era tutta illuminata che pareva una santa. Era bellissima! Mi disse: “Bepi, ragazzo mio, quest’anno devi fare il presepio più bello del mondo. Lo prometti?” E io promisi. Così, eccomi qua, con una vecchia vacca, un somaro impertinente ed un cane con la tosse ed il respiro corto diretto verso Greccio. Entreremo tutti a far parte di quel presepio meraviglioso che s’è inventato San Francesco d’Assisi secoli fa. Mi sono portato da casa il vestito da pastore che ho usato in passato quando andavo per le strade a cantare la Chiarastella. Mi metterò in ginocchio davanti alla capanna, in preghiera».

«Ma il cane da caccia, che c’entra?» chiese Tobia ansimando. «Potevi lasciarmi a casa, a dormire, al caldo. Non sono un guardiano di pecore!»

Bepi non rispose ma proseguì per il sentiero che si snodava lungo i campi ghiacciati, diretto verso le montagne. Tornò a guardare il cielo, appena illuminato da un po’ di luna.

«Sì, tra qualche ora nevicherà» ripeté tra sé. Tirò fuori dalla tasca la vecchia pipa che era stata di suo nonno e se la mise in bocca così, tanto per fare qualcosa.

L’uomo ed i suoi tre animali procedevano nel silenzio, interrotto solo dal cupo “don, don” della mucca Gigliola. Camminavano da poco più di mezz’ora quando, nel buio, apparve sul sentiero un’automobile piccolina, rossa, con accanto una donna molto grossa avvolta in una pelliccia voluminosa.

Il contadino tirò dritto senza dire una parola.

«Ragazzo, ehi, ragazzo!» disse la donna, ma Bepi finse di non sentire.

«Ragazzo, ragazzo, AIUTO!» ripeté la signora, ma il contadino non si fermò.

«Padron Bepi, qualcuno ha bisogno di te» disse la mucca.

«Devo andare a Greccio, non posso fermarmi. Ci vogliono ancora due ore buone di cammino. Voglio essere il primo a presentare i miei animali per il presepio» rispose il contadino.

«Padrone, è la vigilia di Natale. Come puoi tirare dritto se c’e qualcuno che ha bisogno di aiuto?» ripeté Gigliola.

«Già, già. Ha bisogno di te» le fece eco il cane. Anche l’asino si dimostrò d’accordo.

Bepi allora si voltò verso la donna. Era una signora di città, grande e grossa, tutta impellicciata.

«Serve qualcosa?» le chiese poco convinto.

«Queste strade… sono davvero ridotte male! Sono tutte sconnesse. Appena passate le feste farò una protesta ufficiale in comune! Si è bucata una gomma della mia auto, con tutti questi sassi. Puoi sostituirla? Nel bagagliaio c’è la ruota di scorta».

Il contadino guardò la donna.

«Signora mia, si vede che non sei di queste parti» le disse. «Ed è chiaro, anche, che ti sei persa: questa non è una strada per le macchine! Al bivio, tre chilometri più su, hai imboccato un sentiero di campagna, adatto solo ai trattori o a chi, come me, va a piedi o col somaro. Il buio t’ha fatto perdere la strada».

«Già, il buio» fece la donna. «E i lampioni? Dove sono i lampioni? Nemmeno uno, ce n’è, su questa strada. Passato Natale telefonerò all’assessore, anzi, al sindaco. Mi farò sentire! Altro che se mi farò sentire! Dovrei già essere arrivata a casa di mia figlia, dalla mia nipotina di quattro anni, ed invece eccomi qui, con una ruota bucata!»

Mentre la donna continuava a lamentarsi Bepi aprì il bagagliaio ed estrasse la ruota di scorta. Poi vide che era bucata anche quella.

«Signora mia, c’è un buco pure qui» fece notare.

«Buco? Un buco? Vuol dire che il meccanico che mi ha sostituito la ruota quando ho forato tre mesi fa non ha riparato quella rotta? Appena passate la feste andrò subito in officina. E allora… altro che proteste!» brontolò la donna.

«Che facciamo, signora mia?» chiese Bepi un po’ seccato da tutto quel blaterare.

«Devi portare la ruota dal meccanico, farla aggiustare e riportarmela entro un paio d’ore» ordinò la donna. «A mezzogiorno in punto devo pranzare da mia figlia, giovanotto».

Il contadino scosse il capo. «Oggi nessuno ti aggiusterà la gomma in due ore e neppure in mezza giornata. E poi io non posso andare in cerca di un meccanico: devo andare a Greccio e non voglio far tardi».

Il contadino si era messo nuovamente in cammino incurante delle strilla della donna quando un coro di proteste da parte dei suoi animali lo fece tornare indietro.

«Padron Bepi! Non puoi lasciare qui questa povera donna!» disse Gigliola.

«Potrebbe morire di freddo. Per questo sentiero non passa mai nessuno» osservò il cane, e tossì.

«Saremo almeno due gradi sotto zero» puntualizzò l’asino.

Bepi guardò la macchinina rossa, poi la grassa signora in pelliccia e la ruota bucata.

Quindi, vinte le proteste della donna, che si chiamava Margherita, la caricò sul somaro, si mise la ruota in spalla e tornò indietro verso la sua piccola fattoria.

«Ti porto a casa mia, al caldo» le aveva detto. «Resterai con mia moglie, poi telefonerai a Gigi il gommista per farti riparare la ruota».

Arrivato a casa, lasciò in consegna la donna e la ruota a sua moglie Tina e ripartì accompagnato da Gigliola, Casimiro e Tobia.

Era trascorsa circa mezz’ora da quando il contadino ed i suoi animali avevano lasciato la fattoria. Si era alzato un vento freddo che tagliava l’aria. Erano di poco passate le sette e tutt’intorno era ancora buio.

Tobia, di tanto in tanto, si lamentava per quel viaggio così disagiato e per il freddo che andava via via aumentando mentre Casimiro continuava a scuotere la testa in segno di disapprovazione.

«Potevamo starcene al calduccio» diceva il cane.

«A mangiare erba secca nella stalla» gli faceva eco il somaro.

«Sono una mucca, non un bue, non mi prenderanno mai nel presepio di Greccio» mormorava la mucca.

Bepi non badava a nessuno e procedeva con passo pesante e la pipa spenta in bocca, lungo il viottolo. Superarono l’auto rossa della signora Margherita.

Alcuni minuti dopo, a pochi metri dalla strada, appena sotto un boschetto, apparve il contorno scuro di un uomo che avanzava a fatica, zoppicando.

«Qualcuno si lamenta, padron Bepi, ed il suo cane sta latrando» osservò Tobia.

«Lo so, lo so» rispose il contadino. «È Oscar il bracconiere. Di questa stagione gira per le colline mettendo tagliole dappertutto».

«Padrone, si lamenta. Probabilmente si è fatto male. Non vedi come cammina? Ha bisogno di aiuto» disse Gigliola.

«Sarà finito in una delle sue trappole. Ad agosto, lui ed i suoi cani, per cacciare le lepri che hanno la tana nei miei campi, mi hanno distrutto il granturco. Di certo non sarò io a dargli una mano. Andiamo avanti, che dobbiamo fare ancora molta strada, prima di arrivare a Greccio. Ormai il sole si sta alzando. Non saremo noi i primi ad arrivare quando inizierà la selezione per il presepio».

«Padron Bepi, e quasi Natale! Come puoi avere il cuore così duro? Devi aiutare quel poveretto!» ripeté la mucca.

«Già, domani è Natale» le fece eco Casimiro.

Bepi, pur di malavoglia, uscì dal sentiero e si avvicinò all’omaccione che scendeva barcollando giù dalla collina. Oscar quasi gli finì addosso.

«Che ti è successo?» chiese il contadino.

«Niente, è solo qualche graffio» rispose il bracconiere. «Con questo buio non si vede nulla. Devo essere inciampato su qualcosa, qualche rovo, non so» mentì l’uomo.

«È finito in una della sue tagliole, me lo ha detto il suo bracco» spiegò Tobia.

Il contadino guardò la gamba del bracconiere: aveva una ferita profonda e perdeva sangue. Allora prese la sua camicia di flanella da pastore che aveva preparato per il presepio di Greccio e la avvolse intorno alla gamba ferita di Oscar.

«Ti porterò a casa mia. Almeno starai al caldo e Tina, mia moglie, ti pulirà la ferita.

Poi chiameremo il dottore che verrà a darti un’occhiata» disse Bepi. Oscar accettò.

Il contadino caricò l’uomo sul somaro e si avviò verso la fattoria seguito da Casimiro, Gigliola e Tobia. Il cane del bracconiere chiudeva la fila.

Giunto alla fattoria, consegnò Oscar a Tina mentre la signora Margherita protestava perché alle otto passate Gino il gommista non rispondeva ancora al telefono.

Poi partì di nuovo per Greccio accompagnato dalla mucca, il somaro ed il cane da caccia.

Alle nove o giù di lì il cielo era coperto di grossi nuvoloni di colore grigio perla. Erano nuvole cariche di neve. In aria non volava neppure un uccello e sulla terra non si vedeva anima viva, fatta eccezione per il contadino ed i suoi animali.

Girata una curva, sentirono dei singhiozzi di bimbo provenire da un cespuglio.

«C’è un bambino che piange» disse la mucca.

«C’è un bambino che strilla» disse il somaro.

«Padron Bepi, vai a vedere. Forse qualcuno ha bisogno di te» osservò il cane.

Il contadino abbandonò il sentiero e raggiunse il cespuglio. Lì dietro c’era una bimbetta in lacrime. Aveva i capelli biondi e le treccine. Portava un cappotto blu e aveva un berretto rosso in testa.

«Ciao, piccolina. Come ti chiami?» le chiese.

«Sono Alice. Ho quasi cinque anni e vado alla scuola materna» rispose lei dandosi arie da grande. «E tu, come ti chiami?»

«Io sono Bepi e sono qui con i miei animali: il cane Tobia, la mucca Gigliola e Casimiro l’asino».

I tre animali fecero ciascuno il proprio verso in segno di saluto.

«E dov’è la tua mamma?» continuò il contadino.

«Non lo so. Mi sono persa. Ieri sera c’era una festa, in paese, e tanta gente dappertutto. C’era una bella giostra e io sono corsa via, per guardarla da vicino. Poi non ho più trovato mamma e papà. Così ho pensato di tornare a casa da sola. Però mi sono persa. Ho camminato tutta la notte e ho pianto moltissimo. Ho tanto freddo!»

Bepi avvolse la bambina nella sua giubba da pastore, poi si guardò intorno: non c’era traccia di uomo o di animale in quel paesaggio ghiacciato. La bambina continuava a tremare per il freddo.

«Ti porto al caldo, a casa mia. Mia moglie Tina ti darà una tazza di latte tiepido e dei biscotti. Dopo chiameremo il Signor Carabiniere che ti riporterà dalla tua mamma».

Il contadino prese in braccio la bambina e la fece salire sul somaro. Poi tutti tornarono alla fattoria. Arrivarono alle dieci.

La signora Margherita era molto contrariata perché Gigi il gommista non le avrebbe riparato la ruota in giornata. La donna aveva così chiamato sua figlia che sarebbe andata a prenderla verso mezzogiorno.

Oscar invece se ne stava seduto comodamente su una sedia, con una bella fasciatura e la gamba ferita appoggiata su due morbidi cuscini. Stava aspettando il medico che sarebbe passato in mattinata.

Poco più tardi il contadino ed i suoi tre animali ripresero il cammino verso Greccio mentre la coltre di nubi sopra le loro teste si faceva sempre più spessa. Erano di poco passate le undici.

L’aria era sempre gelida, Gigliola tremava, Tobia tossiva e Casimiro cominciava a lamentarsi perché aveva fame. Il contadino procedeva con passo cadenzato per il sentiero masticando il manico della pipa spenta.

Giunse sul sentiero una strana coppia: erano due negretti. Lui era magro magro e lei era tonda tonda con una pancia enorme e faceva fatica a camminare. L’uomo la sosteneva per una braccio mentre dall’altro lato teneva una piccola valigia. La donna era molto stanca e si sedette su un sasso ai bordi del sentiero. Quando Bepi e gli animali passarono davanti a loro, il negretto chiese: «Scusa, buon uomo, quanto dista il paese più vicino?»

«Quasi due ore di cammino, andando di buon passo. Come mai ti sei messo in viaggio con questo tempaccio portando con te una donna che, a occhio e croce, partorirà tra meno di una settimana?» chiese Bepi.

«Questa è mia moglie. Stiamo aspettando il primo figlio. Viviamo in una cascina oltre il bosco, ma fa molto freddo, non abbiamo nulla per scaldarci. Vogliamo andare in paese, chissà che almeno il parroco ci assista, per qualche giorno, fino a quando nascerà il bambino. Poi andremo in città. Spero di trovare un buon lavoro».

Il contadino salutò l’uomo, fece i migliori auguri alla donna e passò oltre.

Alle sue spalle gli animali cominciarono a brontolare.

«Padron Bepi, fa molto freddo» iniziò il cane.

«Molto freddo e sta per nevicare. Quella donna non ce la farà mai ad arrivare in paese a piedi. Lo vedi che non riesce quasi a camminare per via della pancia?» continuò il somaro.

«Padrone, è quasi Natale. Devi aiutare questa gente.

La donna tra poco avrà un bambino» insistette la mucca.

«Non posso tornare indietro anche questa volta. Debbo andare a Greccio ed è già molto tardi. La mia mucca ed il mio somaro quest’anno faranno parte del presepio più bello del mondo».

«Padrone, sii buono. Hanno bisogno di aiuto, adesso» disse il cane.

Bepi ci pensò un po’ su, poi si voltò e tornò indietro.

Disse all’uomo: «Tra poco nevicherà e sarà difficile per voi arrivare al paese. Per questa notte resterete a casa mia. Domani vi porterò dal parroco. Penserà lui a trovarvi un posto dove vivere, per un po’ di tempo».

Il marito caricò la donna incinta sull’asino. Poi tutti, uomini ed animali, si diressero verso la fattoria.

Giunsero alla casa del contadino che era mezzogiorno. La signora Margherita aspettava ancora la figlia mentre Oscar il bracconiere aspettava il medico ed Alice, la bambina, attendeva l’arrivo del Signor Carabiniere.

La donna incinta fu fatta accomodare nella piccola stanza da letto di Tina e Bepi mentre il marito negretto, in cucina, mangiava un pezzo di formaggio e del pane.

Bepi riprese il viaggio verso Greccio mentre iniziavano a cadere i primi fiocchi di neve. Tutti gli animali cominciarono a protestare.

«È ormai tardi. Stiamo a casa» ragliava il somaro.

«Abbiamo camminato per ore, avanti e indietro e siamo stanchi» si lamentava la mucca dondolando il suo campanaccio.

«E fa tanto, tanto freddo» diceva il cane latrando e tossendo.

Bepi faceva finta di non sentire e, cocciuto, proseguiva per la sua strada.

«Ho detto che andremo a Greccio, e a Greccio arriveremo» ripeteva di tanto in tanto il contadino.

La neve scendeva lenta, solo qualche fiocco qua e là, ed aveva iniziato a sporcare di bianco il sentiero.

Greccio ormai era vicino. In lontananza si sentivano già le campane che battevano le due.

«Bene. Arriveremo in tempo: accettano gli animali per il presepio fino alle tre» disse tra sé soddisfatto il contadino.

Gigliola, Casimiro e Tobia lo seguivano in silenzio, senza entusiasmo. Avrebbero voluto essere al caldo, alla fattoria, anziché su un sentiero gelato diretti verso un paese che non avevano mai visto.

«C’è odore di bruciato» osservò Tobia.

«Io non sento nulla» rispose il somaro.

«Neppure io» disse la mucca.

Dopo qualche passo il cane ripeté: «Sento odore di bruciato. Proviene da laggiù, verso la montagna».

Procedendo lungo il viottolo l’odore di bruciato si fece più intenso e ad un certo punto apparve, prima indistinta e poi più chiara, una colonna di fumo che si levava da una casa ai piedi del monte.

«Padron Bepi, c’è un incendio. Forse qualcuno è nei guai» disse la mucca.

«Non è affar mio. Io debbo andare a Greccio» rispose il contadino.

«Padrone, sii buono: domani è Natale. Vai a vedere se c’è bisogno di aiuto» insistette la mucca.

Bepi brontolò qualcosa mentre i fiocchi di neve, ora più grossi, gli svolazzavano intorno.

Poi lasciò il sentiero e si diresse verso la montagna.

C’era una donna che tirava su dal pozzo secchi di acqua e un uomo, trafelato, che coi secchi correva alla casa per spegnere l’incendio.

«È il Cielo che ti manda!» disse l’uomo quando vide Bepi.

«La mia casa è andata a fuoco.  È tutto quello che ho. Sono quasi tre ore che sta bruciando e, da solo, non riesco a spegnere le fiamme».

Il contadino si tolse il giubbotto, fece su le maniche della camicia e, senza dire nulla, si mise al lavoro.

La neve scendeva fitta fitta. Il campanile di Greccio battè tre rintocchi, ma Bepi non lo sentì, tant’era occupato. Alla fine i due uomini e la donna riuscirono a domare l’incendio.

«Sono stati quei monelli dei miei figlioli» disse la donna indicando due ragazzini che saltavano, si rincorrevano e giocavano a palle di neve ignari di avere qualche colpa in quanto era accaduto.

«I due gemelli s’erano spinti su, sul monte, poi s’erano messi ad urlare dicendo che c’era un serpente ed io sono uscita di corsa, senza pensare al pranzo che era sul fuoco. Quando siamo tornati c’erano fiamme alte in cucina».

«All’una sono tornato a casa» proseguì il marito «e mi sono subito messo a buttare secchiate d’acqua sul fuoco, ma il tetto in legno ormai stava bruciando».

«Adesso l’incendio è spento» osservò Bepi. «I danni non sono molti, però non si potrà tornare ad abitare la casa finché non verrà riparata. Vi converrà andare a Greccio da qualche parente a trascorrere il Natale».

«Siamo forestieri. Abitiamo in questo posto da poco tempo e non abbiamo parenti da queste parti. Domani io ed i bambini prenderemo il treno ed andremo a Roma, da mia madre, finché mio marito non avrà fatto sistemare il tetto» disse la donna.

Il cielo era ormai quasi buio.

I bambini, due gemelli, continuavano a giocare mentre la neve scendeva. Tiravano la coda al cane, le orecchie al somaro e facevano rintronare il campanaccio al collo di Gigliola.

La madre li guardava scuotendo il capo: «Dove li farò dormire, questa notte?»

«Ho una fattoria ad un paio di ore di cammino da qui. Potete trascorrere la notte a casa mia, se vi accontentate di un letto alla buona» propose Bepi.

«È veramente il cielo che ti manda!» esclamò la donna.

Il marito ringraziò ed accettò l’invito.

La moglie raccolse poche cose in una sacca, poi tutti si misero in viaggio. Il sentiero era ormai coperto di neve e si faticava a vederlo, ma Bepi conosceva bene la strada di casa.

Due uomini, una donna, una mucca, un asino ed un cane camminavano con passo lento ma regolare verso la fattoria. I due monelli, seduti a cavalcioni del somaro Casimiro, sembravano divertirsi moltissimo.

Erano le sette e mezza quando arrivarono alla fattoria. Bepi fu molto sorpreso di trovare tanta gente a casa sua. C’erano: la signora Margherita con la figlia, Oscar il bracconiere ed il dottore, Alice assieme al Signor Carabiniere ed un negretto in più.

Dopo mezzogiorno, infatti, il piccolo aveva deciso di venire al mondo, così la signora Margherita, che era un’ostetrica, si era fermata lì per dare una mano.

Anche il dottore, venuto per la gamba di Oscar, era arrivato proprio al momento giusto per assistere al parto ed il carabiniere, padre di quattro figli, in tutta quella confusione aveva tenuto un po’di compagnia al nuovo papà. Alla fine, quando il bimbo era nato e non c’era più nulla da fare, si erano trovati bloccati per via della neve che aveva reso impraticabile la strada.

Nessuno avrebbe potuto lasciare la fattoria fino al giorno successivo.

Bepi portò nella stalla gli animali ormai stremati. Li accarezzò uno per uno e diede loro da mangiare.

Tina preparò una bella cena calda per tutti nella grande cucina.

In casa c’era molta confusione con tutta quella gente intorno, più l’asino, la mucca e il cane che i due gemelli avevano fatto entrare per tenere al caldo il neonato perché, dicevano, la cucina era fredda.

Non nevicava più ed in cielo erano apparse le stelle. Bepi uscì a prendere una boccata d’aria.

Si sedette su un grosso masso e tirò fuori dalla tasca la vecchia pipa del nonno.

Il contadino sorrise vedendo che quella notte, nella sua casa circondata da una montagna di neve immacolata, c’era tanta felicità. Voci di donne, brusio di uomini ed il vagito squillante di un bambino giungevano alle sue orecchie attutiti, nella notte. Di tanto in tanto echeggiavano le risate argentine dei due monelli. Era però un po’ dispiaciuto: aveva camminato fin dalla mattina presto, ma non era arrivato a Greccio ed i suoi animali non erano entrati nel presepio.

Sentì in lontananza i rintocchi della mezzanotte portati dall’aria frizzante. Provenivano dal campanile della parrocchia, qualche chilometro più in là.

«Buon Natale, ragazzo mio» disse una voce, piano piano.

Era stato il vento? Oppure solo l’immaginazione? Per un istante a Bepi parve di udire la voce di nonna Ginetta. Non voleva voltarsi, timoroso di vedere, dietro di sé, soltanto la campagna buia. Poi girò la testa e si trovò davanti il volto sorridente della nonna, più luminoso che mai, circondato da una nuvola di capelli candidi.

«Bravo, ragazzo mio» sussurrò la vecchietta. «Questa notte, nella tua casa, c’è il presepio più bello del mondo!»

Bepi seguì lo sguardo della nonna.

Vide la fattoria illuminata, con tanta neve attorno e dentro la mucca e l’asino che riscaldavano il bambinello mentre sua madre lo guardava con occhi adoranti e le altre persone, con volti gioiosi, facevano festa.

Poi una stella, piccolina ma molto brillante, venuta chissà da dove, rischiarò la notte e si venne a fermare lassù, proprio sopra la casa, segno e ricordo della nascita di Gesù che, duemila anni prima, si era fatto uomo per portare nel mondo l’amore.

 
 

 

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